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L’Arma dei carabinieri abbraccia Antonio Zappatore. Basilica gremita per i funerali del comandante di Pieve di Teco

Imperia. Sono i sindaci dei piccoli comuni della valle Arroscia a portare in spalla il feretro del luogotenente Antonio Zappatore, comandante della stazione dei carabinieri di Pieve di Teco che si è tolto la vita martedì scorso. Sfilano con gli occhi arrossati dalla commozione tra i militari impegnati nel picchetto d’onore sul sagrato della basilica di San Giovanni, a Oneglia, dove campeggia un’unica, grande corona: gerbere, anthurium e ortensie a formare i colori dell’Arma.

Centinaia le perone accorse alle esequie, celebre dal vescovo della diocesi di Ventimiglia e Sanremo, Antonio Suetta, ma a nome, tra gli altri, del vescovo diocesano di Albenga e Imperia, monsignor Guglielmo Borghetti: «Io sono qui non per incarico ufficiale – ha affermato – ma per un legame alla sua famiglia e alla sua storia». In un’omelia toccante, Suetta si è rivolto alla famiglia di Antonio alla quale ha espresso la propria vicinanza: «Un gesto vicendevole di accoglienza che ci aiuti a sentirci profondamente uniti nella condivisione di questo momento di grande dolore, ma anche di fede, di speranza e di solidarietà. Una situazione di vita che noi continuiamo a condividere misteriosamente, al di là non solo delle apparenze, ma anche dell’evidenza. L’evidenza che balza ai nostri occhi è che tutto sia finito; e che sia finito in un modo molto tragico, questo è un aspetto, vero ma non l’unico. Nel cuore di ognuno di noi e in modo particolare delle persone più care e più vicine ad Antonio si affaccia prepotentemente una domanda: perché? Vorrei dire, con molta umiltà, poiché non ho nessun dono particolare per spiegare le cose, ma vorrei dire con molta umiltà, a tutti, di non insistere su questa domanda, perché è una domanda alla quale non troviamo una risposta e sono sicuro che una risposta vera non è stata neppure nel cuore e della mente di Antonio». Il vescovo cita, poi, le parole del Salmo 63. «”Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso”. Neppure noi consociamo noi stessi pienamente e fino in fondo, c’è qualcosa che ci sfugge, qualcosa che non riusciamo a vedere con chiarezza e qualcosa spesso che non abbiamo il coraggio di guardare in faccia ed è lì che affiora la nostra debolezza, la nostra fragilità. Sono aspetti del nostro essere limitato che non ci devono scoraggiare e di cui neppure ci dobbiamo vergognare. Allora anziché insistere sul perché, strada che non conduce alcuno sbocco, vogliamo raccogliere due pensieri che ci vengono dalla nostra fede e dalla parola di Dio. Primo dare alla nostra presenza e alla nostra preghiera, il senso profondo della tenerezza, la cosa che più ci ferisce della vicenda di Antonio è la solitudine in cui immaginiamo sia accaduto il suo passaggio; credo che la sofferenza più atroce dei suoi cari, consista nel non avere potuto condividere questo momento supremo della sua vita».

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