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Giovanni Trapattoni: una vita sempre in campo, tra calci e fischi

Giovanni Trapattoni: una vita sempre in campo, tra calci e fischi

C’era un motivi in più, tra i tanti offerti da una ormai consolidata tradizione, per essere presenti giovedì 10 marzo (in serata) nel salone delle feste del casinò per la cena di gala dell‘edizione numero 45 del torneo internazionale di calcio Città di Arco – Beppe Viola, riservato alla categoria Under 17 (Allievi 99). Infatti assieme  alle numerosissime autorità sportive, civili e religiose presenti, l’ha fatta da padrone la partecipazione straordinaria di Giovanni Trapattoni. Straordinaria non perché inattesa, ma proprio perché il Trap è una persona eccezionale per semplicità, immediatezza, capacità di comunicare, al di là di poter vantare una carriera immensa e lunghissima sia da giocatore che, poi, da allenatore di alcune delle più prestigiose squadre d’Europa. Sollecitato dalle tematiche riguardanti la new generation questo è stato il suo entusiasmante ingresso : «Il settore giovanile è come un gatto, bisogna sapere come accarezzarlo altrimenti si ribella e scappa». Ecco l’ennesimo aforisma di quest’uomo che non invecchia mai, nonostante l’anagrafe (classe di ferro 1939), ed è così che ha voluto rispondere tra le tante rivoltegli da noi addetti ai lavori, ad una precisa domanda di Elio Proch, il conduttore della serata. Non le solite frasi fatte, quindi, ma un’idea, mutuata come sempre dalla vita di tutti i giorni. Come dire: il settore giovanile è un meccanismo delicatissimo e bisogna sapere come e in che misura intervenire se non si vuol rovinare tutto. Contesto migliore non poteva esserci, visto che al galà erano presenti anche i tecnici ed i dirigenti delle sedici squadre iscritte, quasi tutto il meglio del calcio giovanile nazionalecompreso quel Michele Santoni, arcense di nascita, il quale, dopo un lungo percorso nelle file dell’Ajax, è approdato alla guida degli Allievi nazionali della Lazio in un settore giovanile da riprogrammare. Durante la cena c’è modo poi passare alla ricca e divertente anedottistica di chi dispone quel fiume in piena di “Giuanin”, a partire naturalmente da cercare di definire l’oramai celebre frase -mantra “ Non dire gatto”(se non ce l’hai nel sacco)”  diventata il titolo del libro pubblicato con l’amico Bruno Longhi nel 2015, un vero inno spiccio alla prudenza. Le origini di questo modo di dire riverdito dal Trap sono ancora incerte. Una sua variante, anch’essa molto conosciuta e dalle origini meno fumose, è: “non dire quattro” e ha origini semplici, provenienti dal mondo contadino dove era consigliabile usare cautela e non far conto sulla quantità di beni a disposizione (in alcune versioni provenienti da altre lingue romanze grano o noci), prima di averli davvero raccolti. Curiosità degne di gossip poichè nessuno poteva pensare che il detto sarebbe diventato un tormentone nazionale sino a quando qualche anno fa il mister lo usò in un’intervista e secondo molti fu una gaffe dovuta alle sue discusse doti retoriche. Aveva invece ragione! D’altronde l’ex CT della Nazionale non è tipo da grancassa e alle parole ha sempre preferito la concretezza del fare. Fin da quando, ragazzino, per non dare un dispiacere al padre che vedeva il calcio con il fumo negli occhi (“Sudi e ti prendi la tubercolosi!”), finiti gli allenamenti con il Milan andava a lavorare in cartotecnica. Dopo sedici anni da giocatore in rossonero ( dove fu il pupillo del maestro Nereo Rocco) conditi con due Scudetti, due Coppe Campioni e una Intercontinentale, da allenatore ha reso grande la Juventus in un decennio d’oro, ha guidato l’Inter allo Scudetto dei record, ha vinto il titolo tedesco con il Bayern Monaco in tempi in cui andare ad allenare all’estero era cosa da pionieri, ripetendosi poi anche in Portogallo e in Austria. Ed è facile immaginare che avrebbe vinto qualcosa anche con l’Italia, se non fosse stato defraudato di un Mondiale (complice l’indimenticabile arbitro Moreno) e di un Europeo (con l’indigesto biscotto di Svezia-Danimarca). Ma soprattutto, il Trap si è fatto amare ovunque per il suo entusiasmo e la sua dialettica inimitabile, sempre accompagnato dal suo modo semplice ed immediato e pronto a rivendicare con orgoglio le proprie origini popolari. Ed è così che voglio ricordarlo mentre ci ha affascinato nel ripercorre i quasi sessant’anni di calcio e di storia italiana che gli appartengono, nello svelare i tanti retroscena – il 17 come numero fortunato, il rito dell’acqua santa, i colloqui più divertenti con campioni del calibro di Pelè, Platini, Matthäus, fino all’esplosivo Edmundo –, che ci ha raccontato e nel convincere del come la passione di una vita possa essere vissuta con innata leggerezza, eleganza e straordinaria autoironia.
Grazie Mister a nome di tutti!

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