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I cugini

I cugini

A dare un nome alle nuvole. I cugini.
Le cicale che gridano tra le fronde, i miei piedi sempre sporchi e impolverati, il ciuffo biondo che brilla nel sole, le gare di tuffi, le dita che fanno le vecchiette, la mamma che grida di uscire dall’acqua che mi usciranno le squame, la fame che ti svuota la pancia all’improvviso e la pizza calda della zia Bina spartita coi cugini e divorata tra le risate, gocciolanti, e avvolti in un grande asciugamano ruvido di sale.

Non sapere più cosa siano le scarpe, non mettere mai la maglietta, non avere orari né regole, nulla da studiare, avere sempre la palla vicino ai piedi.
Essere una banda.
Arrivare e sapere di essere cugini senza essersi mai visti.
Non capirsi nemmeno.
Perché un po’ sembra parlino arabo. Un arabo stretto. Un arabo del Sud.

E guardare le mani, cedere agli abbracci, fidarsi dei sorrisi. Giocare a palla.
Giocare a palla aiuta sempre a capirsi.
Mangiare. Mangiare tanto. Mangiare bene.
Iniziare a capirsi coi piedi e con la pancia.
E cedere ancora di più agli abbracci. Abbandonarsi.
Iniziare a capire l’arabo.
Arrivare e sapere di essere cugini senza essersi mai visti e scoprirsi amici.

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