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Entro nell’antro

“Orbene – ripresi io – paragona la nostra natura, per ciò che riguarda sapienza e ignoranza, a una situazione siffatta: immagina, dunque, degli uomini in una dimora sotterranea, simile a una caverna, che abbia, lunga quanto l’antro, una vasta entrata aperta verso la luce”. In molti avranno riconosciuto l’incipit del VII libro della Repubblica platonica dove si narra il mito della caverna. L’abilità narrativo – evocativa del filosofo ha prodotto miti che sono divenuti fondazionali per il pensiero occidentale e che, a distanza di 2500 anni, conservano un’ incredibile attualità. In questi giorni, poi, in cui, nel mezzo di feroci diatribe politiche, riaprono le scuole, il tema gnoseologico diviene ancor più centrale. Solo una breve notazione di carattere quasi cronachistico che, chi segue questi nostri appuntamenti lo sa bene, non ci occupiamo di eventi attuali se non per leggerne gli aspetti trasversali e meta-temporali: dunque, l’elemento del mito platonico che, a mio modo di vedere, dovrebbe essere chiave di volta anche dell’attuale dibattito sul tema della scuola, quello dei contenuti, della didattica, del progetto culturale, non compare minimamente così fagocitato com’è dalle diatribe sui banchi a rotelle e sulle mascherine. Ora, se è lecito sottolineare la particolarità di questi mesi di pandemia, non possiamo dimenticare che, tristemente, l’elemento culturale è scomparso dal dibattito sulla scuola da diversi decenni rendendo la scuola stessa ancella del mondo produttivo. Se è questa la strada imboccata, ebbene, il mito della caverna, specie nella lettura che proverò ad esprimere, riveste una rilevanza sociale e antropologica forse come mai prima d’ora.

“Questi uomini sono là dalla loro infanzia, con le gambe e il collo incatenati, per modo che non possono muoversi, né guardare se non innanzi a sé, impediti, come sono, dalle catene, a girare perfino la testa”. Così prosegue il filosofo ricorrendo a quel suo peculiare linguaggio Mithos che contiene quello più convenzionale del Logos, arricchendolo, però, di incredibili possibilità ermeneutiche. Non credete che sia lecito riconoscere nell’antro platonico, nel quale sono collocati esseri umani indotti ad acquisire una precisa prospettiva di osservazione nei confronti della realtà, proprio l’apparato educativo che nel sistema scolastico tanto evidentemente si esplicita? Il compito delle istituzioni scolastiche, secondo questa direzione, è quello di offrire opportunità gnoseologiche ed operative che consentano ai “fruitori”, che vi entrano piccini e intonsi e che ne usciranno almeno maggiorenni, di acquisire le competenze necessarie ad “usare” correttamente del mondo che vanno a conoscere. Se questo è vero è vero anche che quelle che Platone chiama catene devono essere lette come le indicazioni vincolanti offerte dall’ottica dominante e che gli studenti devono dimostrare, per essere premiati con la promozione, di saper assimilare adeguatamente. Non è ovvio, però, che se l’alunno impara ad “usare il mondo” secondo precise direttive gli è, implicitamente, impossibile scoprire “altro” nel mondo rispetto a quello che un certo tipo di fruizione gli consente di vedere? Non voglio essere frainteso e pertanto preciso che in questo momento non sto esprimendo giudizi sulle prospettive nelle quali si colloca lo studente, per ora mi sto limitando ad una osservazione tanto lapalissiana da essere pleonastica: il sistema educativo, sempre meno gestito dalla famiglia, impegnata a produrre, sempre più delegato alle istituzioni, in primis la scuola, ancor più espletato dai mass media, con a capo internet e dintorni, genera una omogeneità prospettica tanto riconosciuta quanto stigmatizzata, inutilmente, sia da tutti gli addetti ai lavori che dai semplici osservatori del sistema.

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