
Genova. La politica del tapullo, la “mano di vernice” invece della vera manutenzione, i controlli mai fatti o comunque incompleti, i dati sulla corrosione ignorati cosi come gli allarmi lanciati fin dagli anni settanta sui rischi della corrosione in un’opera grandiosa ma fragile. E le responsabilità delineate in dettaglio per ciascuno nei 58 imputati. E’ lunga 2778 pagine e non trascura nulla la memoria della procura di Genova depositata nel processo per il crollo del ponte Morandi. Precedenti, rischi, allarmi, omissioni e responsabilità sono ordinatamente elencati grazie a una suddivisone meticolosa in capitoli e sottocapitoli. Si tratta di considerazioni e approfondimenti già fatto all’esito de,,a
Tra gli elementi messi in rilievo nella memoria uno riguarda il collaudo dell’avvenieristica opera progettata da Riccardo Morandi, Ebbene, il collaudo statico del ponte Morandi, aperto al traffico nel 1967, fu eseguito solo tre anni dopo l’inaugurazione “in palese violazione alle norme vigenti” e “tra i tre cavalletti, la pila 9 fu quella oggetto di minore attenzione e non fu interessata da alcuna prova di carico” scrivono i pubblici ministeri Massimo Terrile e Walter Cotugno. “Anche le prove di laboratorio sui materiali furono limitate a quelle riportate nei due certificati n.33758 del 22/5/65 e n.35710 del 20/12/1965. Ciò può far pensare che i lavori di realizzazione della pila 9 furono controllati con minore attenzione rispetto a quella già bassa prestata alle altre opere, comunque documentata da un maggior numero di prove di controllo sui materiali”