
“Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta” scrive Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere, la sua opera postuma dai chiari caratteri diaristici e introspettivi, un vero e proprio dialogo interiore che riporta al Secretum petrarchesco e allo Zibaldone di Leopardi. Non ci addentriamo nella complessa e sofferta psicologia dello scrittore, ma ci occupiamo del ruolo gneoseologico della memoria e del ricordo. Intanto è evidente che i due termini non sono sinonimi e vanno a individuare due ambiti prossimi eppure profondamete distanti. Come ci insegna Alexandre Dumas padre, se non ricordo male ne Il Conte di Montecristo, la memoria è alla base dell’erudizione e solo con la filosofia si perviene alla vera conoscenza. Questa tesi acquisisce una particolare valenza se applicata alla conoscenza di noi stessi, infatti, la memoria che potremmo definire storico collettiva, si intreccia con un intricato percorso, inevitabilmente sovra individuale, che seleziona i dati di memoria prima di consentirne la registrazione documentale. Sarebbe estremamente complesso indagare questo tragitto, ricercarne le volontà all’origine delle varie censure, gli intenti pedagogici o manipolatori, la fondazione di verità storiche che tali divengono nella memoria collettiva, le reciproche interazioni tra cultura accademica e cultura popolare, le responsabilità attribuibili agli storici di professione e quelle imputabili alla tacita connivenza collettiva; potrei proseguire ma credo sia chiaro il senso della questione che, in questo contesto, lasciamo per ora a margine della riflessione. Proviamo, anche se l’argomento fa tremar le vene e i polsi, a limitare la riflessione alla memoria individuale. Per prima cosa precisiamo che, anche se lo definiamo individuale, è impossibile ipotizzare che un tale ricordo sia del tutto autonomo dal contesto socio culturale che lo ha reso possibile, sia al momento della sua memorizzazione, che all’atto del ricordare. Precisiamo, a questo punto, che la memoria è il “luogo-contenitore dei possibili ricordi”, mentre il ricordo è l’evento attivo con il quale il soggetto porta alla sua memoria presente ciò che era collocato, incosapevolmente fino a quel momento, nel deposito mnestico.
L’atto del ricordare presuppone una dimenticanza e, una volta presa coscienza del fatto, la volontà di recuperare ciò che si era scordato. Sembra pleonastico precisarlo, ma, senza la consapevolezza di non avere ricordo di un evento, non sarebbe possibile deliberatamente, con un atto di volontà, andarlo a recuperare tra la polvere degli scaffali mnestici, sploverarlo, e già questo è un presentificare, e ri-vederlo nella sua nuova verità presente. È in questo senso che va intesa l’espressione di Pavese “vedere per la prima volta”; in effetti ogni ricordo è un dato di memoria rivisitato dalla coscienza presente del soggetto che, inevitabilmente, si è trasformata nel tempo, ha un vissuto diverso che la sostiene e la determina, un contesto esistenziale fatto di persone, eventi, contingenze, in perenne dinamica. Per tornare ancora una volta ai versi del Poeta, “la mente che non erra”, invocata nel secondo canto dell’Inferno, dovrebbe essere la memoria, il bazar dei ricordi, che dovrebbero essere sempre veri, immutabili, certi, potremmo dire “geometrici”, ma tali potrebbero essere solo se abbandonati tra gli schedari, senza che nessuno li consultasse mai, insomma, morti e inutili. Personalmente credo che il loro “valore di verità”, la loro presunta oggettività, sia assolutamente opinabile. All’ingresso del deposito della memoria è sempre presente un custode, che è un nostro parente stretto, figlio del nostro divenire e dell’ambito nel quale si evolve, disceto e severo censore e ordinatore dell’intero materiale che riceve, silenzioso sitematore delle notizie di noi, delle nostre esperienze, anche di quelle delle quali nemmeno abbiamo coscienza nell’atto stesso dell’esperienza. Come in questo momento, chi mi legge ha consapevolezza delle righe che osserva, dei pensieri che ne scaturiscono in lui, ma il suo ”custode personale” sta accogliendo anche il vociare della strada, il profumo di mimosa, il prurito appena impercettibile all’alluce, dati dei quali il lettore, specie se inerpicatosi in impervie riflessioni, non ha alcuna coscienza.