
Genova. Quello di Nada Cella è stato un omicidio “senza movente, privo di un motivo apparente che valga in qualche modo a ‘giustificarlo’, per quanto possa giustificarsi, sul piano delle emozioni umane, la soppressione della vita di una giovane donna che pure era del tutto avulsa, perfino sullo sfondo, dal contrasto insorto tra Cecere e Soracco da cui è scaturito, pur indirettamente, l’omicidio”. Lo scrivere il presidente della Corte d’assise di Genova Massimo Cusatti nelle 225 pagine di motivazioni della sentenza con cui ha condannato Anna Lucia Cecere a 24 anni di reclusione per l’omicidio di Chiavari avvenuto il 6 maggio 1996 nello studio del commercialista Marco Soracco, condannato a due anni per favoreggiamento.
Cecere secondo i giudici della Corte d’Assise voleva incontrare “di persona” il commercialista Soracco “che da qualche tempo le si negava al telefono e aveva radicalmente tagliato i ponti con lei; un’offesa indigeribile per una donna che era abituata a farsi le proprie ragioni e a non farsi mai mettere i piedi in testa, tanto da inalberarsi e da diventare una furia quando veniva appena contraddetta.” Quindi il passaggio all’azione da parte dell’assassina è stato determinato “dalla mera, quanto ferma, opposizione” di Nada ad acconsentire alle richieste della stessa Cecere di “convocare” in studio al telefono Soracco “o di attenderne l’arrivo trattenendosi in quell’appartamento”. La giovane segretaria invece probabilmente la voleva allontanare visto che “era ben al corrente del fatto che Soracco considerava Anna Lucia Cecere una persona sgradita, al punto che il titolare le aveva impartito la direttiva di non passargliela più al telefono”.