
“Non basta dire che la storia è giudizio storico, ma bisogna soggiungere che ogni giudizio è giudizio storico, o storia senz’altro. Se il giudizio è rapporto di soggetto e predicato, il soggetto, ossia il fatto, quale che esso sia, che si giudica, è sempre un fatto storico, un diveniente, un processo in corso, perché fatti immobili non si ritrovano né si concepiscono nel mondo della realtà. È giudizio storico anche la più ovvia percezione giudicante (se non giudicasse, non sarebbe neppure percezione, ma cieca e muta sensazione)”. È quanto afferma Benedetto Croce nel suo saggio del 1938 La storia come pensiero e come azione. Credo che la prospettiva crociana ben si corrobori grazie alla posizione assunta da Carlo Sini in Filosofia e memoria quando, sto operando una estrema e libera sintesi del profondo saggio del filosofo, sostiene che pensare è sempre una sorta di ricordare. Quando pensiamo, cioè, per tornare a Croce e a tanta storia del pensiero occidentale, quando giudichiamo l’esperienza in corso, non stiamo operando su una pagina intonsa, la nostra storia personale e il contesto nel quale essa si è andata formando ne sono premesse incancellabili. Certo, possono risultare peccati originali e distorsivi, oppure utili strumenti critici, ma, in ogni caso, ogni giudizio è una sorta di risposta a domande che ci portiamo appresso spesso inconsapevolmente, risposte che precedono il nostro sguardo presente e, in diversa misura, lo orientano. Fare storia, in altre parole, è una sorta di attivazione di una spirale ermeneutica che descrive giudicando un evento che è camaleontico, la storia non è mai sentenza inappellabile, è perenne ricerca, ripensamento e scavo. In questa affermazione non deve essere surrettiziamente introdotta nessuna forma di giustificazionismo, ancor meno di revisionismo o negazionismo, fenomeni imputabili a ignoranza e malafede piuttosto che a oneste prospettive storiografiche. Se la questione ha sempre avuto le corna, per dirla con Nietzsche, oggi diviene ancor più complessa, alla luce delle ingerenze degli strumenti offerti dalla rete, poiché l’informazione costruita su una ricerca seria, sistematica, espressa sommessamente, è spesso oscurata dalle urla superficiali e manipolatorie di slogan, semplificazioni e casse di risonanza contro un presunto complottismo.
Abbandoniamo l’acida arena delle fake news e dei bulimici da social, ma non il pericolo reale di manipolazioni, falsificazioni e/o omissioni deliberate da parte del potere e dei suoi storiografi di servizio, anzi, entriamo immediatamente in medias res analizzando un “fatto storico” che, normalmente, anche chi ha avuto modo di studiare il periodo conosce molto marginalmente. Torniamo al terribile settembre del 1939, solo un anno dopo il saggio di Croce: a seguito del patto Molotov-Ribbentrop, accordo che gettò nel caos molti sostenitori delle due dittature che sembravano essere antagoniste a livello ideologico, l’esercito nazista da ovest e quello sovietico da est invasero la Polonia. Mi sembra, questo, un evento paradigmatico per comprendere quanto ogni “fatto storico” divenga “giudizio storico” a seconda della prospettiva critica dell’osservatore. Quello che è certo è che l’esercito polacco, quello della nazione violata da due opposte quanto coincidenti logiche di potere, si consegnò ai vertici sovietici. Quanto “documentato” negli orrendi anni di invasione, prima da nazisti, in seguito da comunisti, si rivelerà nella sua deliberata e disonesta finalità manipolatoria solo nel 2007, grazie a un film diretto da Andrzej Wajda. Il film utilizza testualmente, come filo conduttore, quanto riportato nel diario di Adam Solski, documento rinvenuto nel 1943 addosso all’ufficiale che era stato vittima del feroce massacro. Ciò che accadde fu che, per ordine di Stalin, ben 22000 ufficiali polacchi vennero trucidati, uno alla volta, con il sistematico metodo di un colpo di pistola alla nuca, per essere poi anonimamente sepolti nel bosco di Katyn’ in una fossa comune. Quando, in seguito al rovesciamento delle alleanze, l’esercito nazista prese possesso dell’intera Polonia, l’orrore delle fosse di Katyn’ fu documentato e strumentalizzato per presentare gli invasori tedeschi come vendicatori del crimine sovietico. Circa due anni dopo le parti si rovesciarono, il territorio tornò nelle mani sovietiche e, il medesimo documento, artatamente manipolato, si trasformò affermando la responsabilità del massacro come imputabile ai nazisti così da presentare i nuovi invasori come i liberatori.