
“Ascoltando non me, ma il logos, è saggio convenire che tutte le cose sono uno”, si tratta del frammento 50, secondo la numerazione Diels-Kranz, di Eraclito; è un concetto fondamentale che, qualche secolo dopo, ritroviamo nelle parole di Chuang Tzu: “Il cielo e la terra e io viviamo insieme, e tutte le cose e io siamo uno”. La questione dell’unità e del molteplice attraversa tutto il pensiero della filosofia, come abbiamo visto, sia occidentale che orientale, permane nella teologia plotiniana, in quella cristiana, nel pensiero di Hegel e, ancora oggi, è oggetto di illuminate riflessioni delle menti più famose dell’intellighenzia mondiale. Lungi da me l’idea di poter aggiungere qualcosa di importante a quanto tanto sapere ha elargito, mi piace, però, provare a risalire, con la consapevolezza di non poter determinare alcun punto fermo definitivo al riguardo, all’origine delle vexata quaestio. Ancora una volta, rimando chi fosse interessato all’argomento a un antico scritto che avevo titolato “L’inganno del ti estì”, credo sia importante risalire a Socrate il quale, in maniera tanto acuta quanto subdola, afferma di non voler lasciare nulla di scritto poiché la filosofia è in perenne divenire e nulla può essere posto come non rivedibile, modificabile, ulteriormente approfondibile o osservabile da un nuovo punto di vista. Come non amare la libertà di pensiero di un simile filosofo, come non riconoscergli la modestia di chi non vuole ergersi a depositario di estreme verità. Il fatto stesso che affermasse di essere a conoscenza di una sola verità, cioè quella di non sapere, me lo fece immediatamente amare nei lontanissimi anni di liceo, lo vidi come esempio e guida, tanto grande e tanto coraggioso, il Cristo del pensiero, l’eroe della libertà eppure così umile. Non compresi il rovesciamento dell’atto gnoseologico da lui attuato: la verità è nell’essere e non nelle strutture del soggetto se non nel momento in cui, aprioristicamente, le si suppone identiche alla struttura dell’essere poiché funzionano. In quel modo, surrettiziamente, la forma della rappresentazione si autoconferma. Ma in quegli anni, ancora adolescente, era urgente un mito, un ideale espressione di una verità definitiva, una sorta di dogma che mi facesse da faro; insomma, da adolescenti si è sempre un po’ fanatici e integralisti, poi, pian piano, si cresce. Non tutti, ahimè, come dimostrano eccessi di violenza in nome della libertà, censure feroci a garanzia del diritto di opinione e altre simili nefandezze.
Lasciamo a margine malinconie da cronaca triste e torniamo a Socrate: la questione scrittura è fondamentale. Socrate mi appare come lo spartiacque tra la cultura orale e quella documentaria, per dirla alla latina, verba volant,scripta manent! Secondo quanto ci narra Platone nel Fedro, il dio Theuth è l’ideatore della scrittura, la concepì come un farmaco e la volle regalare al re di Tebe che, sorprendendolo, la rifiutò giudicandola come l’immagine di un finto sapere, riconoscendo nella memoria e nell’oralità l’unica vera conoscenza. Evidentemente il dono di Theuth ha superato brillantemente la regale censura, anzi, ha proseguito il suo cammino modificandosi in forme sempre più sofisticate e pericolose, fino a raggiungere l’impervia e terribile vetta dell’intelligenza artificiale. Limitiamoci a un’ovvia considerazione al riguardo: il pericolo non è nel mezzo ma in chi e nel come e per quale fine lo impiega. Con una lama puoi affettare del pane per chi ha fame o preferire sgozzare un innocente, il caritatevole o l’assassino non sarà certo il coltello. La questione del virtuale e dell’intelligenza artificiale merita una specifica riflessione, per ora torniamo alla scrittura. Nel momento in cui Socrate sembra voler celebrare le antiche radici del sapere, sta fondando la prospettiva che le cancelleranno o, almeno, le faranno ricordare come ingenue forme sapienzali dell’età del mito, non è un caso che, ricorrendo al solo dialogo, ai suoi interlocutori porrà la fondativa domanda: Ti estì? Che cos’è? Pretenderà la definizione, l’individuazione, la consapevolezza, dell’esistenza di ciò che, per sua natura, non può essere diveniente.